Al Pacino: monumento del cinema mondiale

di Alessandro Ceccarelli

E’ considerato uno degli attori più influenti e significativi del cinema contemporaneo. Alcune sue interpretazioni sono entrate di diritto nella storia della settima arte e nell’immaginario collettivo. Alfredo James Pacino, conosciuto in tutto il mondo come Al Pacino che ha compiuto 78 anni lo scorso 28 aprile. Si tratta di un traguardo importante per un vero e proprio ‘monumento’ dell’arte recitativa dell’ultimo mezzo secolo.Il suo sguardo intenso e profondo, la sua determinazione, il suo enorme talento e alcuni personaggi leggendari da lui interpretati, fanno di lui un punto di riferimento per intere generazioni di attori che hanno intrapreso questa professione grazie alla sua arte. Dopo la ‘rivoluzione’ attuata della prima generazione di artisti che frequentarono l’Actors Studio di New York, ovvero Marlon Brando, Montgomery Clift, Paul Newman, Anne Bancroft, Marilyn Monroe, Eli Wallach e James Dean; nella seconda metà degli anni ’60 fu la volta di giovani talenti del calibro di Dustin Hoffman, Jack Nicholson, Robert Duvall, Harvey Keytel, Al Pacino e Robert De Niro a frequentare la celebrata scuola fondata da Elia Kazan, Cheryl Crawford e Robert Lewis nel 1947. Lee Strasberg assunse la direzione della struttura nel 1950, carica che mantenne sino alla sua morte del 1982. Marlon Brando fu il primo allievo che divenne famoso appropriandosi alla perfezione del cosiddetto ‘metodo Stanislavskij che cambiò per sempre l’arte della recitazione sia per il teatro che per il cinema.

Il Metodo Stanislavskij
Il Metodo Stanislavskij è uno stile di insegnamento della recitazione messo a punto da Konstantin Sergeevič Stanislavskij (1863-1938) nei primi anni del ’900. Si basa sull’approfondimento psicologico del personaggio e sulla ricerca di affinità tra il mondo interiore del personaggio e quello dell’attore. Per raggiungere ciò sono fondamentali le esternazione delle emozioni interiori attraverso la loro interpretazione e rielaborazione a livello intimo. Per ottenere la credibilità scenica, il maestro Stanislavskij creò esercizi che stimolassero le emozioni da provare sulla scena, dopo aver analizzato in modo profondo gli atteggiamenti non verbali e il sottotesto del messaggio da trasmettere. Il processo di personificazione parte dal rilassamento muscolare per proseguire con lo sviluppo dell’espressività fisica, dell’impostazione della voce, della logica e coerenza delle azioni fisiche e della caratterizzazione esteriore.

Una carriera straordinaria
Il giovane Al Pacino approda all’Actors Studio nella seconda metà degli anni ’60. L’aspirante attore era nato a New York il 25 aprile del 1940 da Salvatore Pacino, un agente assicurativo e ristoratore statunitense figlio di immigrati italiani originari di San Fratello (in provincia di Messina), e da Rose Gelardi, una casalinga statunitense figlia di immigrati italiani originari di Corleone (in provincia di Palermo). Il padre abbandona la famiglia quando il figlio è ancora in fasce, lasciandolo con la madre ed i nonni nel South Bronx, in condizioni di vita molto difficili. L’adolescenza di Al Pacino fu molto difficile e problematica per le ristrettezze economiche e per i suoi scarsi risultati a scuola. Prima di scoprire la passione per la recitazione il giovane Al fece molti lavori come il facchino, il lustrascarpe e l’operaio. Frequentando i corsi all’Actors Studio capisce che quella sarà la sua strada. Si impegna profondamente e viene poco dopo notato dal maestro Lee Strasberg che intuisce immediatamente il talento in questo giovane dallo sguardo intenso e ribelle. Prima di debuttare al cinema si fece le ossa nei piccoli teatri off -Broadway e in alcune serie televisive minori. L’esordio sul grande schermo avviene nel 1969 con “Me, Natalie”, un film diretto da Fred Coe e ambientato nel Greenwich Village di New York. Il primo ruolo da protagonista è del 1971: Al Pacino recita nel film “Panico a Needle Park”, di Jerry Schatzberg. Il suo personaggio dello spacciatore di droga in una pellicola cruda e molto realistica sulla drammatica realtà della tossicodipenza, fa notare il giovane attore presso la critica statunitense. Grazie a questa prima importante prova recitativa, il giovane regista Francis Ford Coppola lo arruola nel cast de “Il Padrino” che viene girato negli Stati Uniti e in Italia nel 1971. Al Pacino, lavorando con la star Marlon Brando e i promettenti James Caan, Robert Duvall e Diane Keaton, riesce a dare una straordinaria prova delle sue qualità. Quando il film esce in tutto il mondo nel 1972, Al Pacino diventa una vera e propria star del cinema. La sua recitazione appare incredibilmente realistica: ogni sguardo, ogni suo movimento e la mutazione caratteriale del suo personaggio (all’inizio in disparte e poi pian piano a capo della potente famiglia mafiosa dei Corleone), fanno gridare al miracolo la critica cinematografica internazionale. Il giovane attore riceve la sua prima candidatura all’Oscar. Dopo “Il Padrino”, Al Pacino è improvvisamente una star del nuovo cinema americano degli anni ’70. Per tutto il decennio sarà il protagonista di film indimenticabili, epocali che sono entrati nell’immaginario collettivo. Dopo il film di Coppola, Al Pacino recita in “Lo spaventapasseri” (1973) con Gene Hackman, e poi trionfa con “Serpico” di Sidney Lumet (1973), uno dei suoi vertici recitativi grazie al poliziotto italoamericano che denunciò la corruzione delle forze dell’ordine di New York. Per il film di Sidney Lumet, ottenne la seconda nomination all’Oscar. Nel 1974 partecipa alla seconda parte de “Il Padrino e recita con Rober De Niro, l’altro astro nascente del cinema statunitense. Per il secondo capitolo della saga dei Corleone, grazie ad una recitazione minuziosa e realistica in ogni dettaglio, riceve la terza nomination. Al Pacino conferma le sue qualità e il suo talento con un lavoro duro e complesso per rappresentare la trasformazione di Michael Corleone, da giovane idealista a spietato e crudele capomafia privo di ogni scrupolo morale. Torna a recitare con Sidney Lumet in “Quel pomeriggio di un giorno da cani” (1975), film simbolo degli anni ’70 che descrive l’America amara, emarginata uscita sconfitta dalla tragedia del Vietnam. Il personaggio descritto da Al Pacino (un reduce del Vietnam che organizza una rapina per far cambiare sesso al suo compagno) è forse il capolavoro artistico e umano di un attore ormai completamente maturo, capace di stupire con una vasta galleria di caratteri così diversi e complessi. Per questo straordinario e lucido affresco Al Pacino viene candidato per la quarta volta all’Oscar come migliore attore protagonista. Gli anni Settanta si chiudono con “Un attimo, una vita” di Sidney Pollack, in cui interpreta un pilota di formula uno e “E giustizia per tutti” (1979) di Norman Jewison, dove si cala nei panni di un avvocato liberal. Per il primo film ottiene il Golden Globe come miglior attore drammatico e per il secondo la quinta nomination all’Oscar, ma viene sconfitto dal suo amico Dustin Hoffman.
Gli anni ’80 sono un decennio in cui Al Pacino alterna film intensi come “Cruising” (1980) di William Friedkin che fu un flop al botteghino, commedie di scarso successo come “Papà sei una frana” (1982) di Arthur Hiller, film storici di pessima qualità come “Revolution” (1985) di Hugh Hudson e gangster movie come “Scarface” (1983) che fu l’unica pellicola di grande trionfo al botteghino per tutti gli anni ’80. Alla fine del decennio sembrava che la carriera di Al Pacino avesse imboccato un inesorabile declino. Il thiller “Seduzione pericolosa” (1989) di Harold Becker, che ottenne vasti consensi al botteghino, rilanciò le quotazioni dell’attore che ottenne una nomination per il Golden Globe. Nel decennio successivo partecipò pesantemente truccato in “Dick Tracy” (1990) di Warren Beatty e ricevette la sesta nomination come miglior attore non protagonista e tornò a livelli artistici straordinari in “Americani” (1991) di James Foley che anticipò l’agognata statuetta per il film “Profumo di donna” di Garry Marshall. Negli anni ’90 rimangono significativi tre film per Al Pacino: “Carlito’s way” (1993) di Brian De Palma, “Heat” (1995) e “Insider” (1999), entrambi di Micheal Mann. Nelle tre pellicole l’attore interpreta magistralmente un gangster che vuole cambiare la sua vita, un poliziotto superprofessionale con enormi problemi personali e un giornalista idealista che si scontra con il potere delle multinazionali del tabacco. Questi tre caratteri sono il vertice artistico e recitativo di un attore sempre alla ricerca di nuovi ruoli caratterizzati da forti slanci idealistici ed emotivi. Da segnalare il suo primo film come regista “Riccardo III” (1996), una sorta di inchiesta documentaristica molto originale sull’adattamento e sulla lavorazione della tragedia di Shakespeare. Il film mescola abilmente ricostruzioni classicamente narrative del dramma shakespeariano, scene sulla preparazione filologica e psicologica e recitativa, e momenti di straniamento, insistendo anche con discorsi espliciti sull’attualità delle condizioni esistenziali, sociali, e politiche dei personaggi. Uno dei temi delle conversazioni tra personaggi-attori-comparse è il piacere proveniente dalla comprensione del linguaggio shakespeariano: sia in senso formale (da parole e metrica) sia in senso traslato (cioè dai contenuti morali).
Il nuovo secolo vede Al Pacino destreggiarsi con grande padronanza in una serie di film e ruoli molto diversi. Alcuni estremanente interessanti come “Insomia” (2002) di Christopher Nolan in cui l’attore si confronta con il compianto Robin Williams; “Il Mercante di Venezia” (2004) di Michael Radford, in cui interpreta con estremo realismo “Shylock”, un personaggio shakesperiano di grande intensità; altri film sono invece alquanto discutibili come “Rischio a due” (2005), “88 minuti” (2007) e “Sfida senza regole” (2008).


 

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